SCRITTI

PENSIERI

che musica maestro

musica passione per la vita

il desiderio della musica

musica da intrattenimento o....

musica da centellinare

RECENSIONI

SCRITTI

" La vita senza musica è impensabile…..la musica senza vita è accademia… ecco perché il mio contatto con la musica è un'abbraccio totale"(L.Berstein)

Quando penso a come mi sono ritrovato dentro questa grande avventura del jazz, o meglio dentro questo immenso "groove"(solco) del jazz, non posso non pensare agli incontri imprevisti con alcuni "grandi" di questa musica che hanno segnato la mia vita come Paul Jeffrey, Joe Diorio, Jerry Bergonzi e Hal Crook, persone eccezionali che hanno generato intorno a loro un'incredibile ricchezza. Quello che continua a stupirmi ancora adesso a distanza di tanti anni è proprio questa loro "grandezza" che non è data dal fatto di essere più o meno famosi, ma dalla bellezza e profondità presenti in loro e nella loro musica, dalla coscienza di appartenere alla storia viva del jazz e di essere testimoni, attraverso la loro dedizione e creatività, di qualcosa di più grande di loro e che in loro rivive attraverso uno spirito musicale innovativo. Hanno tutto quello che anch'io desidero avere come uomo e come musicista: creatività e rigore, cuore e mente, capacità di sacrificio e desiderio di libertà. Amo questi musicisti e dall'amicizia con loro ho imparato che ogni nota ha il suo peso, un suo impatto, porta con sé la tradizione appresa con sacrificio e dedizione, il proprio contenuto di personale originalità esprimibile solo dentro una compagnia, dentro l'essere insieme in ogni attimo della musica e che la musica funziona se la si fa insieme. Ho imparato che siamo noi stessi lo strumento al servizio della musica perché essa possa accadere, comunicarsi in tutta la sua bellezza. Per me il jazz è sempre stato la possibilità di vivere un' esperienza comune, di guardare insieme alla stessa cosa, di condividere una memoria comune ed un amore per la tradizione viva e "last but not least" di avere una stessa passione che cementa un'amicizia ed un gusto nel far musica insieme.
Il jazz è musica d'arte nel senso che esprime il cuore di chi la suona, aiuta l'essere umano a confrontarsi con se stesso, si rivolge a tutti nello stesso modo autenticamente umano in cui lo fanno i quadri di Van Gogh e quindi va incontrato e non consumato in modo indolore proprio perché contiene un grido, una domanda di significato che costituisce il vero nervo scoperto di tutti gli uomini, il punto più profondo di ogni persona, il motore primo dell'arte. Suono jazz perché questa musica mi ha preso totalmente e suonare per me è diventato un gesto d'amore (e quindi un atto di libertà) verso il mondo per comunicare a tutti la commozione del dono ricevuto. Continuerò a suonare per difendere l'opera di tutti quei musicisti che hanno dato la vita per testimoniare al mondo la bellezza che hanno incontrato nel jazz, bellezza che parla del desiderio di felicità che alberga in ciascuno di noi.

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PENSIERI


CHE MUSICA MAESTRO

Fino a non molto tempo fa i musicisti venivano chiamati "maestri" di musica per il fatto che la musica, prima ancora che un arte, era un mestiere da imparare, alla stregua del falegname o del restauratore. Vi ricorderete senzaltro le botteghe artigiane di michelangiolesca memoria, dove il mestiere artistico non solo veniva imparato, ma soprattutto trasmesso, tramandato. Artigianato e arte erano due concetti che andavano a braccetto, perché l'arte è sì genialità e ispirazione, ma dentro un'architettura solida e ben congeniata. Oggi artigianale suona spesso come qualcosa di fatto in casa, di approssimativo e molta della musica che ascoltiamo oggi è artigianale proprio in questa accezione negativa. Ci sono ancora dei "maestri" di musica? Ci sono ancora degli artisti "artigiani"? Cioè persone che sanno fare musica e non la fanno solo per intrattenere o per sorprendere, ma per esprimere il loro cuore e per incontrare il prossimo? Che non fanno dischi primariamente per vendere, ma per un'urgenza espressiva che, più è valido e preparato l'artista, più viene esaltata? Sì, ma bisogna cercarli con il lanternino, cioè con la disponibilità a non "consumare" la musica, ma ad "incontrarla", non solo a "sentirla" ma ad "ascoltarla". Il "sentire" va a braccetto con il consumare, l'ascoltare ha a che fare con l'incontrare qualcosa di inatteso, di non scontato, si sposa cioè con un atteggiamento di attesa che qualcosa che non abbiamo pensato possa entrare nell'orizzonte della nostra esistenza e cambiarci o perlomeno commuoverci.

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MUSICA PASSIONE PER LA VITA

La musica serve per vivere o è un di più? Parla all'anima o serve a stuzzicare le orecchie? Ho un amico che racconta sempre che quando era piccolo, suo padre, alla domenica, invitava a casa un trio o un quartetto di musica classica per un concerto. Non sto parlando di facoltosi intellettuali dell'epoca, ma di contadini, gente semplice con una passione e un gusto grande per la vita, che per ascoltare un po' di musica doveva letteralmente 'togliersi il pane di bocca' e lo faceva volentieri perché la musica era essa stessa "pane" per vivere, perché "riempiva" il cuore ed era, per dirla con un'espressione brasiliana, "un bagno per l'anima". Per queste persone la musica era un bene primario, irrinunciabile, da coltivare e difendere con ogni mezzo. Se prendiamo ad esempio la musica popolare africana è impressionante accorgersi come essa faccia parte della vita di una tribù, scandendone i ritmi e gli avvenimenti lieti e tristi, come sia espressione della gioia e del dolore, come sia solenne e festosa.
Il problema è che viviamo in un tempo nel quale siamo talmente bombardati (letteralmente) da ogni genere di musica in ogni circostanza, che a volte non ne percepiamo il valore e al massimo ci scappa un "mi piace" o "non mi piace", e facciamo più fatica a percepire uno spessore musicale, ma soprattutto una profondità espressiva e una sincerità d'animo.

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IL DESIDERIO DELLA MUSICA

Acquistare un disco è un atto di libertà perché presuppone che si esca di casa, si vada in un negozio, si spendano dei soldi (non pochi con i prezzi attuali dei cd) e si decida di comprare quel particolare disco, a volte atteso per molto tempo, e poi si torni a casa e si dedichi del tempo per ascoltarlo, possibilmente non facendo altro nel frattempo. Che fatica, che dispendio di energie, di soldi, ma ne vale proprio la pena? Chi ce lo fa fare? Ma perché ascoltare musica? Che cosa desideriamo dall'ascolto della musica? Che ci dia qualcosa che ancora non abbiamo, che ci "soddisfi" o che ci metta in stand-by rispetto alla vita, come spesso accade quando siamo sull'autobus, in metropolitana o in automobile? Perché penso che desiderare di ascoltare della musica sia desiderare qualcosa di più grande, una "soddisfazione" che non si fermi all'ascolto, ma in qualche modo vada oltre, che permanga e che ha a che fare con il desiderio di incontrare un po' di bellezza nella vita, o per lo meno la nostalgia di essa. Quando ascoltiamo un disco vogliamo che qualcosa accada, desideriamo stupirci come ci stupiamo davanti alla vista di una vetta alpina o di un tramonto sul mare, davanti ad un'architettura monastica o a un grattacielo di New York per esempio. Questo tipo di stupore genera la volontà di conoscere più a fondo l'oggetto del desiderio fino a un abbraccio che in alcuni casi diventa totale, come per il grande compositore e direttore d'orchestra Leornard Berstain, che affermava: "la vita senza musica è impensabile, la musica senza vita è accademia... ecco perché il mio contatto con la musica è un abbraccio totale".

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MUSICA DA INTRATTENIMENTO O...

La "moseca" come diceva Totò è un grande mezzo di comunicazione, oserei dire universale, perché è un linguaggio che è fatto di note e non di parole quindi percepibile e comprensibile da chiunque abbia due orecchie e un minimo di sensibilità, anche se questa si fermasse al "mi piace" o "non mi piace". Ma proprio per questa sua caratteristica la musica va presa sul serio, sia da chi la fa, sia da chi ne fruisce. Può chi suona accontentarsi di intrattenere l'ascoltatore dandogli musica "leggera" nel senso che pesa poco, che desidera riempire il portafogli di chi la fa più che esprimerne il cuore? Intendiamoci: la musica leggera andrebbe benissimo se svolgesse la sua funzione di intrattenimento (intrattenere vuol dire "trattenere dentro", ma dentro cosa?) senza avere la pretesa di dire "qualcosa", di essere musica d'arte. Può chi la ascolta accontentarsi di sentire la musica che entra da un orecchio ed esce dall'altro senza neanche lasciare una traccia? Certo che si può, oggi è per la maggior parte così, non si cerca che la soddisfazione momentanea senza farsi tante domande.
Un architetto tedesco diceva che anche un mattone vuole migliorarsi, vuol far parte di una costruzione bella e che stia in piedi. Ma se non si accontenta un mattone dobbiamo farlo noi?

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MUSICA DA CENTELLINARE

Boris Pasternak, noto scrittore russo, a un raduno dell'Unione degli scrittori sovietici disse: "In questo periodo di intensa ricostruzione, l'artista deve pensare lentamente".
Il regista russo Lev Dodin, amico di Strehler, fondatore e direttore del Maly Téatr (ossia Piccolo Teatro) di San Pietroburgo, in una recente intervista a un settimanale italiano, commentando la frase di Pasternak dice: "Quanto più velocemente si diffonde Internet e ciò che a esso è collegato, tanto più il teatro dovrà conservare le sue caratteristiche e la sua essenza, facendosi ancora più dettagliato, sottile, sincero. Solamente evitando la tentazione di misurarsi con tutto, come se fosse una succursale scenica di Internet, potrà aiutare ancora l'uomo a confrontarsi con se stesso".
Quanto detto per il teatro vale in egual modo e forse anche più per la musica, dove la sincerità di chi la compone ed esegue va di pari passo con la sincerità di chi l'ascolta. Certa musica non può essere consumata in modo indolore, ma richiede di essere incontrata con tutta la lentezza di cui abbisogna. Non abbiamo più "tempo" per ascoltare, ma al massimo c'e un fugace spazio (magari mentre si stanno facendo altre mille cose), per sentire distrattamente qualcosa. Se ci si sofferma più del dovuto ci si sente quasi in colpa perché si sta perdendo del tempo prezioso (sic!). Soprattutto in questo periodo di velocità che non ci fa soffermare sulle cose, di omologazione dilagante, di instabilità, di paura e di incertezza. Pensiamo a cosa sarebbe stata la storia dell'umanità, a volte malvagiamente disumana, senza la musica, il teatro, la poesia, la pittura... Lasciamo alla musica l'arduo compito di scalfire la corazza della nostra sordità, che prima ancora di essere uditiva è una sordità del cuore e della mente.

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RECENSIONI

VICTOR LEWIS EEEYYESS!
Enija records - distr. IRD
Seamus Blake sax tenore e soprano, Terell Stafford tromba e flicorno, Stephen Scott piano, Ed Howard contrabbasso, Don Alias percussioni, Victor Lewis batteria.

Molti di noi hanno dei grandi sogni nella vita. Alcuni li realizzano. È il caso di Victor Lewis, che non solo è stato riconosciuto come uno dei più bravi e importanti batteristi della scena jazzistica mondiale, ma è anche un compositore di tutto rispetto come potrete ascoltare in questo disco dalle atmosfere affascinanti, con un sound tutto newyorchese che richiama inevitabilmente i Jazz Messenger di Art Blakey o il quintetto acustico di Miles Davis. Non si tratta tuttavia di una semplice rievocazione, in questo disco la musica è viva e palpitante e numerosissimi sono gli elementi di novità, le invenzioni compositive e le situazioni all'interno delle quali i solisti (tutti straordinari) possono muoversi con libertà nel rispetto di forme assai articolate.
Victor Lewis ha fatto propria la lezione dei grandi del jazz attraverso un processo di osmosi che ha portato la sua musica a muoversi in direzioni inaspettate ed è la prova vivente che la vera innovazione nasce solo dentro un grande amore per la tradizione viva, in questo caso del jazz. Molto belli i temi, semplici, ma mai banali (Vunnerability, Until, Here's to you babe), con brani che spaziano dalla bossa (Alter Ego) all'etnico (Eeeyyeess e Shakehandre), dal veloce (Stamina) alla ballata (Buttercups, No More Misunderstanding). Fantastici il controllo delle dinamiche, la padronanza del tempo e le scelte timbriche, in altre parole i "colori". Non per niente Victor ha soprannominato il pianista "colori viventi" per la sua creatività ritmica e armonica, ma tutta la band suona in modo superbo.
Victor, dal canto suo, mostra doti di grande band-leader confermandosi nel contempo non solo fine compositore, ma grande innovatore del proprio strumento.
Un disco da non perdere.


QUINTORIGO
GRIGIO

Universal Records - distr. Universal
John De Leo voci, cori e kazoo in Grigio, Andrea Costa violino, Gionata Costa violoncello, Stefano Ricci contrabbasso, Valentino Bianchi sax tenore, contralto e soprano.

Non è un caso che siano risultati ultimi al festival di Sanremo di due anni fa. Mi domando come abbiano fatto ad arrivare fino alla città dei fiori, forse è stata una svista dei selezionatori, sì perché questi ragazzi non scherzano affatto, suonano veramente e anche molto bene. Belle idee, grande musicalità, ottima coesione di gruppo, dinamiche intelligenti. Ci sarebbero tutti gli ingredienti per un primo posto se solo la manifestazione sanremese fosse un festival musicale, ma di musica ce n'è ormai ben poca. Per lo meno ha avuto il merito di farli conoscere al grande pubblico e di permettere che vincessero il premio della critica. Sono tutti giovani, conoscono a fondo lo strumento che suonano perché l'hanno studiato (cosa molto rara al giorno d'oggi), hanno un organico atipico rispetto a molti gruppi di musica leggera. Anzi non è un gruppo di musica leggera, la loro musica pesa e pesa molto, lascia il segno. I pezzi hanno tutti una loro struttura ben definita e nello stesso tempo sono aperti a improvvisazioni di tipo jazzistico (bello l'assolo di flicorno in "Precipitango"), genere che tutti i componenti del gruppo, come si evince dall'ascolto del disco, amano e hanno masticato a lungo. La canzone che apre il disco evoca un sound tutto "stinghiano", del periodo in cui Sting suonava con Kenny Kirkland, Bradford Marsalis e company mentre "Grigio", che da il nome al disco, sembra ricordare le atmosfere alla Paolo Conte. "Precipitango", pezzo senza parole, fa risaltare il valore musicale del gruppo, mentre "Nola Vocals" esalta la versatile e intonata voce di John De Leo, maestro anche nel sovrapporre le voci come in "Zahra".

PASSACAGLIA
Musiche di J.S. Bach, M. Reger e F. Liszt
Carrara Records
distr. Carrara dischi
Giorgio Fasciolo organo
Monumentale
Organo Mascioni
Duomo di Savona

"Vi sono opere nella musica che edificano in noi architetture fantastiche, che sfidano le leggi di realtà eppure esistono e consistono: specchio dell'universale, esse sono ambizioni di conoscenza e di bellezza, diremmo di verità. Gli edifici sonori sorgono dinanzi a noi e dentro di noi evocati dall'ascolto, si fissano nella memoria e ci parlano del destino delle cose. In questo senso le architetture che la musica edifica nel nostro spirito sono reali, sono luoghi in cui possiamo dimorare: esse ci dicono della creazione, dell'universo e delle sue leggi".
Il disco in oggetto nasce proprio da questi pensieri dello stesso esecutore, l'organista Giorgio Fasciolo. Ascoltandolo li si comprende a pieno non solo per la musica, tutta di altissimo livello, ma soprattutto per la grande espressività e maturità dell'esecutore, nonostante la sua ancor giovane età. La passacaglia era una danza iberica del XVII secolo (dallo spagnolo passacalle - "passar una calle" - che la qualifica come danza di strada itinerante) ed era composta da una successione di variazioni su un basso ostinato, generalmente in modo minore.
In questa produzione vengono presentate tre passacaglie di tre autori diversi. È impressionante ascoltare Giorgio Fasciolo passare da un autore all'altro con una straordinaria facilità di esecuzione che a un orecchio attento non nasconde un lavoro costante non solo di affinamento tecnico (incredibile in queste esecuzioni, soprattutto in Regel), ma di immedesimazione con gli autori con un risultato di dinamiche e di timbri (scelti in modo mirabile da Fasciolo) che infondono all'esecuzione un'energia e una bellezza davvero commoventi.
Se siete comodamente seduti sul vostro divano prendetevi un po' di tempo, magari a luci soffuse e, come se steste leggendo un buon libro, ascoltate questo disco.
Ne "sentirete" delle belle.


Lambarena
J.S. Bach e l'Africa - Melodie Records - distr. IRD
Da un'idea originale di Mariella Bertheas. Arrangiamenti di Pierre Akendengue e Hughes De Courson. Ospiti: Nana Vasconcelos e Samì Ateba (percussioni)

Musicisti classici europei e musicisti popolari africani reinterpretano la musica di JS Bach con l'inserimento di percussioni africane e di melodie e voci tipiche di quella terra. Vi sfido a trovare qualcosa di simile nella produzione discografica internazionale di oggi. Questa è proprio una "chicca", non crederete alle vostre stesse orecchie. Ho sempre diffidato di accostamenti apparentemente così ardui e forzati, ma mi sono dovuto ricredere. Il cd scorre con una naturalezza impressionante, come se lo stesso Bach avesse già in origine scritto per un organico strumentale e vocale così congeniato. Come fanno due musiche così diverse ad andare così bene insieme? Secondo me è perché sono simili in quanto tutte e due popolari, cioè si rivolgono a tutti nello stesso modo in cui lo fanno i quadri di Van Gogh o quelli di Giotto e hanno in comune un modo di fare e vivere la musica in cui il musicista, più che "artista", si considera "artigiano", come si evince bene dalla famosa frase di Bach: "Non c'è nulla di eccezionale: basta colpire i tasti giusti al momento opportuno, e lo strumento suona da solo". Anche i vari tamburi africani e le voci di questo cd sembrano suonare da soli, come sospinti da una millenaria tradizione sonora che evoca la giungla e la vita tribale (Sankanda, Mabo Maboe, Mayingo e Ikokou ne sono un valido esempio). Inutile dire che il livello musicale è altissimo, con un'incredibile varietà di timbri, ritmi e dinamiche; gli arrangiamenti sono geniali nella loro essenzialità e rispettosi nel non toccare le architetture sonore costruite da Bach, ma nello stesso tempo intersecandole e combinandole con i canti e i ritmi tradizionali africani (in particolare Okoukoué, dove su una danza di iniziazione maschile vengono mirabilmente inseriti estratti della Cantata 147 di Bach e Mayingo, nel quale un coro classico s'inserisce su quello africano interpretando il canto tradizionale con una fuga alla maniera di Bach), i musicisti semplicemente incredibili nel suonare e nel cantare con una precisione e una naturalità tipiche di chi ha una lunga confidenza con il proprio strumento e una competenza approfondita della musica trattata.

Sonny Rollins
This is what I do. Milestone Records. Distr. Warner-Fonit. Sonny Rollins - sax tenore, Clifton Anderson - trombone, Stephen Scott - piano, Bob Cranshaw - basso, Jack DeJonette e Perry Wilson - batteria. New York City, maggio e luglio 2000

Come si fa a rimanere per mezzo secolo sulla cresta dell'onda rinnovandosi sempre e anzi, forse senza volerlo, indicando la strada da percorrere? Bisogna chiamarsi Sonny Rollins. Saxophone colossus, il soprannome che gli diedero tanti anni fa e che dà anche il titolo a un suo famoso disco, rende bene l'idea di chi è questo gigante del saxofono jazz. Rollins è uno di quegli artisti che andrebbero, almeno una volta nella vita, ascoltati dal vivo, perché un disco, per quanto bello sia (come in questo caso), non riesce mai pienamente a darci quel fremito di bellezza, quel brivido sulla pelle che ogni avvenimento vissuto porta in sé. Il cd inizia con Salvador dal ritmo calipso, dove subito risalta un aspetto nel quale Rollins è stato ed è maestro: l'improvvisazione tematica, che consiste nel suonare linee melodiche consequenziali che riprendono e stravolgono il tema iniziale. Charles M. e The moon of Manakoora chiudono il cd mettendo in evidenza l'anima profondamente "blues" di Rollins. Comunque questo disco lascia trasparire, oltre alla grande ironia e allo humor di Rollins (Salvador) soprattutto quella dote di comunicazione (Sweet Leilani) che in lui si esprime nel non interporre alcun filtro tra l'ispirazione musicale e gli ascoltatori. Ciò che gli è donato Rollins lo ridona così come gli è arrivato, direi quasi con la semplicità e la giocosità di un bambino (il titolo del cd è molto semplicemente Questo è quello che faccio), il tutto con un suono di sax unico al mondo (A Nightingale sang in Berkeley square). Questa a mio avviso è la ragione della sua indomabile energia e della sua instancabile freschezza. Non lo sentirete mai ripetere una linea melodica o un ritmo, non sentirete mai un momento di cedimento. Non è facile stargli dietro e ne sanno qualcosa i bravissimi musicisti che suonano con lui nel cd e che accompagnano i suoi assoli in modo impeccabile, ma senza mai uscire dalle righe, forse impauriti, come noi, dalla statura musicale di questo "colosso" del jazz moderno che, arrivato a settant'anni in piena forma, sa ancora divertirsi e stupire tutti.

MASSIMO MINARDI 4th - millenium bug. Music Center Records. Distr. Real-Music Center. Massimo Minardi - chitarra, Tullio Ricci - sax tenore, Roberto Piccolo - basso, Massimo Pintori - batteria. Ospiti: Leonardo Divergilio - piano, Beppe Aliprandi - sax alto, Alessio Pacifico - batteria. Milano, giugno 2000, febbraio 2001

Gruppo compatto, unito, musicisti che suonano insieme quasi da sembrare uno strumento solo, dinamiche intelligenti, grande coesione dovuta a un lungo sodalizio musicale dei quattro, ma ancor prima e insieme umano. Vi accorgerete di tutto questo a un primo ascolto, perché dalla musica suonata, attraverso l'interplay (la capacità, cioè, di interscambio musicale tra i musicisti) traspare quanto questi artisti si stimino a vicenda, prima di tutto umanamente. Minardi non ha la fama che merita, perché invece di passare il tempo a "vendersi", ha sempre pensato alla musica, a comporla e a eseguirla e in questi 15 anni ha sviluppato un suono e uno stile veramente personali. È un jazzista fatto e finito, moderno e innovativo, perché ogni vera innovazione parte da un amore alla tradizione viva del jazz, amore che in lui diventa, come per Berstain, abbraccio totale. Oltre che solista intelligente e fine chitarrista, Minardi è un ottimo compositore e in questo disco, dove firma sette pezzi su nove (il sorprendente Waying è di Tullio Ricci e Lonnie's lament è di John Coltrane in un inusuale e ben riuscito arrangiamento di Massimo Pintori) ne dà un esempio mirabile. Il tema così musicale di Don't fear the cold potrebbe essere cantato da un bambino, per non parlare di millenium bug, che dà il titolo al cd, dal ritmo calipso e dalla melodia così bella, semplice ed essenziale pur in una struttura armonica complessa, da mettere a nudo la sincerità umana e musicale, la forte ironia di Minardi e il suo amore per Sonny Rollins, uno dei più grandi jazzisti di tutti i tempi.
J&J, altro pezzo ironico e divertente, valorizza le qualità solistiche di un bravissimo e sottovalutato sax tenore come Tullio Ricci, dal sound robusto e da una tecnica impeccabile unita a una matura espressività. Piccolo (basso) e Pintori (batteria) dal canto loro formano una delle ritmiche più affidabili e qualificate della scena jazzistica europea.
Dicevamo all'inizio che nel gruppo c'è un grande interplay che rende la musica non solo piena di energia, ma soprattutto aperta all'imprevisto. La dipendenza dalle complesse strutture dei pezzi, invece di bloccare i musicisti, esalta in pieno la loro creatività facendo respirare all'ascoltatore un po' di aria fresca e tonificante, cosa tutt'altro che trascurabile in un tempo in cui nelle stanze di tante produzioni discografiche si respira aria di muffa.

LUIS AGUDO
Afrosamba & Afrorera
. Red Records. Distr. IRD.
Luis Agudo: batteria, voce, boloum batam, balafon, douzoa'goni, pandeiro, berimbau, tamborim, tama, darbuka, congas, quena, agogo, sansa e altri strumenti a percussione. Roma, 1980 (Afrorera) - Milano, 1984 (Afrosamba)

"... I ritmi eseguiti in questi lavori sono oggi la base di molte musiche e linguaggi che hanno una straordinaria diffusione e successo. È stata mia intenzione documentare sotto forma discografica questi ritmi e suoni ancestrali in modo che l'ascoltatore abbia la possibilità di familiarizzare e prendere coscienza della loro esistenza nella loro forma acustica reale".
Queste parole dello stesso Agudo ci dicono chiaramente di fronte a chi ci troviamo: un uomo che ha dedicato l'esistenza a testimoniare, attraverso una sua personalissima sintesi, i linguaggi, i ritmi e i suoni appresi in tutta l'Africa e l'America Latina, oltre che negli stati Uniti e in Europa durante viaggi e soggiorni negli ultimi quarant'anni della sua vita musicale e artistica. Avrebbe potuto accontentarsi (si fa per dire) dei ritmi e della cultura musicale del suo paese natio, l'Argentina, ma con la curiosità di un bambino si è arricchito di tutti i suoni e i ritmi dei continenti latino-americano e africano e che ritroviamo in questo cd.
La sua musica sfugge a tutti i tentativi di incasellamento e, pur usando strumenti tradizionali e canzoni popolari, l'esito è una musica fresca, assolutamente contemporanea perché proposta con una ricchezza umana e musicale e con una esperienza piene di consapevolezza da renderle ogni volta un accadimento commovente, a tal punto da lasciarci a bocca aperta, come un bambino che per la prima volta veda e senta una cosa bella.
Ma la sua musica è oltremodo struggente, piena di quella nostalgia di chi ha incontrato la bellezza che è sempre segno di qualcosa di vero nella vita e attraverso l'espressione artistica la domandi e la ricerchi.
Oggi se qualcuno di noi volesse imparare a suonare uno strumento musicale la cosa più ovvia sarebbe rivolgersi a una scuola. Luis no.
Quando ormai già quarant'anni fa decise di conoscere a fondo gli strumenti percussivi brasiliani, pensò che non lo si poteva fare senza incontrare il popolo brasiliano e la sua cultura e così andò a vivere in una favelas per sette anni condividendo con loro la vita intera (ricordate la frase di Berstain sopra citata?).
Ecco perché Agudo è un grande testimone del nostro tempo, uno dei più importanti percussionisti del nostri giorni, con un gusto, una delicatezza, un tocco, una competenza, una padronanza e con dei suoni unici da farlo essere richiestissimo soprattutto dai grandi jazzisti americani, a partire dal batterista Elvin Jones che lo volle nel proprio gruppo nel 1975 dopo averlo sentito suonare. Bevetevi tutto il cd, sorseggiatevi i brani uno per uno (tutti molto belli e diversissimi con una ricchezza di suoni, dinamiche e colori sorprendenti) come se beveste un sorso di acqua fresca e dissetante e lasciatevi avvolgere dalla musica di chi la vita la abbraccia totalmente.


JOHN COLTRANE 4th
Crescent. Impulse! Distr. BMG.
John Coltrane sax tenore, McCoy Tyner piano, Jimmy Garrison contrabbasso, Elvin Jones batteria.
Van Gelder Studio, Englewood Cliffs, NJ, Usa, aprile e giugno 1964.

Per chi ancora non lo conoscesse, Coltrane è stato uno dei più grandi e importanti sassofonisti di tutti i tempi, che con la sua presenza musicale ha influenzato e cambiato il volto della storia del jazz. Sì, ma perché propinarvi un disco del '64? Primo perché almeno una volta nella vita bisogna ascoltare la musica di Coltrane (che, per la sua importanza, dovrebbe essere studiato nei conservatori), secondo perché è di un'attualità spaventosa, anche dopo quasi 40 anni. Cosa lo rende così attuale e contemporaneo? Forse il fatto che la bellezza e l'energia della sua musica sono ancora tutte lì nel cd e parlano al cuore di chi lo ascolta facendo vibrare le stesse corde che in ogni tempo vibrano quando ci si trova davanti ad artisti che rendono "visibile l'invisibile". In un cd come Crescent sono evidenziate tutte le caratteristiche più importanti di questo artista, a cominciare dal suo lirismo (Crescent), dalla naturalezza e semplicità con cui organizza la musica (Wise One), dal suo modo di improvvisare così torrenziale (Bessie's Blues) e dal suono del suo saxofono (Lonnie's Lament), che sembra appartenere a un altro pianeta per quanto è incisivo e pieno di energia e nello stesso tempo pulito, soave, onesto e umile. Coltrane non si è mai accontentato dei risultati raggiunti, ha sempre approfondito, ricercato, domandato alla musica che si manifestasse. In un'intervista diceva: "Non so cosa sto cercando, qualcosa che non è stato suonato prima. Non so cos'è. Quando lo trovo lo riconosco". Questo scavo continuo del materiale musicale e al contempo l'attesa che la musica si manifesti le danno la possibilità d'imporsi con un'energia e una potenza espressiva che abbracciano l'ascoltatore, aprendolo a una realtà sconosciuta, ma tuttavia desiderata. C'è da aggiungere che, pur nella sua grandezza, Coltrane non ha mai pensato di poter fare tutto da solo, ma si è circondato di musicisti (tutti presenti in questo disco) che hanno messo al suo servizio (quindi al servizio della musica) le loro singole genialità e capacità, per fare di questo gruppo uno dei più importanti quartetti di tutta la storia del jazz. Potrete apprezzare in tutto il disco l'assoluta unità di intenti, di sentimento, di idee che li fa essere una cosa sola; la scorrevolezza, la freschezza e la fragranza della musica, che non viene generata da un progetto a tavolino, ma nasce e si alimenta dentro un avvenimento musicale che in ogni piega di questo cd si riscopre vivo e assolutamente capace di coinvolgere tutta la nostra umanità.

MILE DAVIS
Kind of Blue. CBS Records. Distr. CBS.
Miles Davis - tromba, Julian "Cannonball" Adderly - sax contralto, John Coltrane - sax tenore, Bill Evans e Winton Kelly - piano, Paul Chambers - contrabbasso, James Cobb - batteria.
New York City, 4 marzo e 22 aprile 1959.

"C'è un'arte visuale giapponese nella quale l'artista è costretto a essere spontaneo... cancellature o cambiamenti sono impossibili. Questi artisti devono praticare una particolare disciplina, che permette loro di esprimere se stessi in comunicazione con le loro mani in un modo tale che nessuna deliberazione personale possa interferire. Il risultato è mancante e lontano dalla pittura ordinaria, ma si dice che coloro i quali sanno guardare veramente si trovano catturati da qualcosa che va oltre qualsiasi spiegazione...". Questi pensieri del pianista Bill Evans (che fanno parte delle note di copertina del cd) esprimono bene, a mio avviso, il modo in cui il più grande trombettista di tutti i tempi ha sempre vissuto la sua musica. Grande talento musicale, assoluta genialità nell'arte dell'improvvisazione, un suono dello strumento unico al mondo. Nel cd ascolterete musica piena di rigore, ma nello stesso tempo libera e spontanea; musica che respira in modo sublime con pause e silenzi che la avvicinano in modo impressionante alla musica classica.
Del resto con Miles Davis il jazz è diventato, a pieno titolo, la musica classica del ventesimo secolo anche per la sua capacità di rinnovarsi in continuazione rimanendo fedele alla propria tradizione, soprattutto nel carattere di avvenimento musicale che, proprio perché tale, è sperimentabile mentre accade. Questo è percepibile in tutte le pieghe sonore del cd, che risente molto positivamente del fatto che Davis si sia presentato nello studio di registrazione con tutti pezzi nuovi, mai suonati prima che, ascoltato il risultato, hanno aiutato il gruppo a esprimersi con ancora più spontaneità e sincerità. I musicisti presenti nel cd sono tutti calibri da 90 che avrebbero potuto combattere con le proprie capacità e il proprio ego per imporsi, e invece sono tutti al servizio della musica così come Davis l'ha pensata, in una compattezza musicale che ha dell'incredibile. I brani che compongono il disco sono uno più bello dell'altro e diversissimi tra di loro per ritmi, armonie e melodie; eppure uniti insieme dalla sapienza di quel geniale leader che è stato Davis. Il pezzo iniziale (So What, ormai diventato un classico) è un biglietto da visita ineccepibile per una musica che ci lascia stupiti e attoniti per la sua perfetta corrispondenza a ciò che le nostre orecchie vogliono ascoltare e il nostro cuore desiderare.


STEPHANE GRAPPELLI - MICHEL PETRUCCIANI
Flamingo.
Dreyfus Records - Distr. Sony Music
Stephane Grappelli - violino, Michel Petrucciani - piano, George Mraz - basso, Roy Haynes - batteria.
Parigi, 15-16-17 giugno 1995.

Un cd con un gusto particolare, molto indicato per chi vuole avvicinarsi al jazz e per chi ha sempre affermato di non amarlo, a volte per partito preso, perché è difficile amare qualcosa senza prima desiderare di conoscerla. Dicevo dal gusto particolare in quanto nel disco si incontrano due mondi musicali apparentemente diversi tra loro (Little peace in). Da una parte quel monumento del violino jazz che è stato Grappelli con quel suo modo di portare le note e di swingare che era tipico della sua generazione; e dall'altra Petrucciani, gigante del piano jazz moderno da poco scomparso, che come pochi è stato maestro nel fondere la profondità armonica di Bill Evans con l'estro ritmico di pianisti come, ad esempio, Herbie Hancock. Dicevo apparentemente diversi perché in realtà la loro comune appartenenza all'anima più vera del jazz li fa dialogare come due amici di vecchia data che si stimano profondamente, supportati poi dall'esperienza di un bassista solido e navigato come Mraz e dalla maestria di uno dei più grandi batteristi jazz della storia, Roy Haynes, che nel disco è proprio il punto d'unione tra questi due mondi.
Flamingo, il brano che da il titolo al cd, mette bene in risalto il lirismo e la capacità di manipolare la melodia propria di Grappelli, ma soprattutto esalta la voce del suo violino così struggente, a volte straziante e piena di nostalgia. Caratteristiche quelle appena descritte che ritroviamo in particolare in tutte le ballads del cd (These follish things, I can't get started, Misty e Lover man). Bellissimo l'arrangiamento di un vecchio brano come Sweet Georgia brown dove Petrucciani dimostra, con un creativo e al tempo stesso oculato assolo, di aver assimilato come per osmosi la lezione dei grandi del jazz. In generale tutto il cd emana una tenerezza e una familiarità con cui i musicisti si sono trattati e hanno interagito col materiale musicale.
Valse du Passé, brano di Grappelli che chiude il disco (in duo con Petrucciani) ha un sapore tutto particolare espresso bene da Petrucciani nelle note di copertina: "Quando hai l'opportunità di lavorare da vicino con un musicista come Grappelli e sei capace di condividere il suo segreto e la sua conoscenza della musica, allora tu sai che il jazz ti ama veramente".

TAKE 6 - Oh! He is Christmas
Warner-Electra Distr. Warner.

Chi credeva che a Nashville ci fosse la country music e basta si sbagliava di grosso. Questa città ha cullato e fatto emergere il più incredibile e funambolico gruppo vocale di tutta la storia della musica internazionale. Chi li ha conosciuti non li ha più lasciati (perché è impossibile tornare indietro), chi non li conosce ancora approfitti di questa recensione per rimanere sbalordito. Non ho scelto il disco con le canzoni di Natale solo perché ormai la festività è prossima, ma sopprattutto perché nel cd sono presenti molte canzoni che abbiamo cantato e che tuttora cantiamo nel periodo natalizio, e quindi ascoltandoli ci si può meglio rendere conto della grandezza e bellezza della loro musica.
Musicisti così (perché chiamarli "cantanti" sarebbe riduttivo) non nascono per caso, a differenza di tanti sedicenti "artisti" nostrani che per caso emergono (mi vengono in mente per similitudine i "Neri per caso") e assolutamente non per caso spariscono.
I Take 6 fanno parte di quella tradizione di educazione religiosa tipica delle chiese battiste del sud degli Stati Uniti, dove i bambini fin da piccoli sono introdotti alla preghiera attraverso il canto corale conosciuto da noi col nome di gospel. Il primo brano Silent Night ci dà subito l'idea di chi siano e di cosa siano capaci questi splendidi artisti. Per loro la voce è uno strumento vero e proprio, che con arditi arrangiamenti, li fa sembrare più un'orchestra che un gruppo vocale. Hark! The Herald Angels sing, che tutti conosciamo, è un brano a capella con un arrangiamento "classico" di stile bachiano, ma armonizzato in modo moderno che fa chiaramente capire che i Take 6 non sono preoccupati di cantare bene e basta, ma di far percepire che stanno pregando. Nel brano Amen, che abbiamo più o meno tutti cantato una volta nella vita, ritroviamo tutta la loro maestria nel darsi il ritmo da soli, in una voce che imita il contrabbasso e nelle botte e risposte tra il solista e il coro (come nella migliorie tradizione battista). Nel complesso, tra armonizzazioni sorprendenti, voci sensazionali, arrangiamenti complessi, ma fruibilissimi, melodie semlpici e familiari siamo meravigliosamente introdotti al Santo Natale dalla bellezza e profondità della loro musica.


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